Agosto 2006

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IL SINDACO DI TORRECUSO (BN) EMANA LA PRIMA ORDINANZA IN EUROPA CHE VIETA L?USO DEI TRUCIOLI PER L?INVECCHIAMENTO DEI VINI

E? destinata a suscitare scalpore l?iniziativa di Francesco De Nigris, sindaco di Torrecuso, un paese in provincia di Benevento aderente al circuito ?Città del Vino?.
Il comune è, insieme con Solopaca (che si trova a due passi) forse quello a maggiore vocazione di produzione vitivinicola della Campania. E? il serbatoio di vini di qualità della Campania.
Numerose aziende, tutte ben posizionate sulle guide di settore, producono in quel territorio da decenni l?Aglianico del Taburno e la Falanghina del Beneventano, un rosso ed un bianco che nella media non fanno invidia a vini prodotti in altre regioni italiane.
La qualità oggi, secondo il sindaco di Torrecuso e non solo, sarebbe in pericolo; Il pericolo, in questo momento ha un solo nome: ?trucioli? chiamati anche ?Chips?.
I trucioli di legno servono a invecchiare velocemente ed a costi irrisori il vino; secondo il prof. Giorgio Calabrese, membro dell?European Food Safety Authority, l?uso dei trucioli potrebbe comportare seri problemi di salute, in particolare afferma il Prof. Calabrese: ?I chips sono dannosi alla salute, infatti con questa pratica si favorisce la cessione di idrocarburi e di alcuni metalli pesanti e, fra gli aromi, anche di sostanze come l?acido vanillico e l?acido siringico. Test su cavia hanno dimostrato danni al fegato e ai reni?.
Già nell?aprile scorso il Presidente di Unioncamere Campania, Costantino Capone, aveva lanciato l?allarme: ?I vini campani hanno raggiunto livelli considerevoli ma oggi le politiche globalizzanti che tendono a consentire l?utilizzo di trucioli, antischiumogeni ed altre sostanze che con il vino vero, quello prodotto da una classe contadina consapevole, non hanno nulla a che fare?.
Poi c?è stata la ?rivoluzione? delle Città del Vino, che hanno intrapreso una serie di iniziative in sede politica, pare purtroppo destinate ad un sonoro insuccesso.
Oggi, nell?ambito della manifestazione VINESTATE 2006, arriva l?iniziativa del Sindaco di TORRECUSO, FRANCESCO DE NIGRIS, che con i poteri legittimamente conferiti dalla legge, emana un?ordinanza (primo caso in EUROPA) per le aziende del suo comune, in cui è fatto divieto assoluto di utilizzare i trucioli, premettendo una serie di motivazioni in difesa dell?economia del territorio e della salute pubblica.
?Con questa iniziativa voglio riaffermare il diritto alla salute pubblica unitamente alla tutela dell?economia del territorio, perché il rischio è quello di porre fuori mercato vini di grande qualità prodotti nel mio comune che si troverebbero a competere con vini di qualità inferiore a prezzi notevolmente più bassi?, ha dichiarato Francesco De Nigris, primo cittadino di Torrecuso.
Tale iniziativa sarà resa nota sabato 2 settembre in un convegno pubblico moderato dal giornalista Lamberto Sposini, che vedrà la presenza oltre che del Sindaco, del Presidente del Gal Partenio, Giovanni Pignatelli della Leonessa, che ha sottoscritto l?iniziativa, dell?On. Tommaso Pellegrino, deputato dei Verdi, del Presidente nazionale delle CITTA? DEL VINO, Floriano Zambon, del giornalista de Il Mattino, Luciano Pignataro, dell?enologo Gerardo Giuratrabocchetti e di Luigi Snichelotto, della giunta nazionale della FIPE.
?Mi sembra un?iniziativa molto importante per la viticoltura italiana. Il Gal Partenio difende i metodi tradizionali di produzione e sarà al fianco dei produttori che intendono continuare a produrre i vini di qualità?, ha dichiarato Giovanni Pignatelli della Leonessa, Presidente del Gal Partenio.

A ruota segue Tommaso Pellegrino, Deputato delle commissioni Lavoro e Sanità della Camera dei Deputati:?Sono al fianco dei produttori che rivendicano il giusto diritto a produrre vini di alta qualità ed a proporre ai consumatori prodotti con il giusto rapporto qualità/prezzo. Mi batterò in sede parlamentare per difendere le giuste cause di chi lavora per tutelare la salute dei cittadini e l?economia dei territori rurali come Torrecuso?.
L?iniziativa molto probabilmente innescherà un meccanismo attraverso il quale anche gli altri sindaci delle Città del Vino italiane emaneranno analoga ordinanza.

Ufficio Stampa-GERARDO ANTELMO?3335003300?3478186822-info@gerardoantelmo.com

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In arrivo le uova che avvertono quando sono cotte

Un invenzione inglese. La ?B & H Color Change? ha ideato una speciale vernice che applicata sulle uova avverte quando esse hanno raggiunto la cottura desiderata.
L?idea consiste nel applicare sul guscio delle uova con una speciale vernice una scritta che si rende visibile solamente quando l?uovo è cotto a puntino. I tecnici dell?azienda che ha realizzato il logo cangiante, hanno pensato anche ai diversi gusti dei consumatori, infatti hanno realizzato tre differenti inchiostri termosensibili tarati per uova alla coque, a media cottura o sode.
Unico problema è legato alla distribuzione delle uova, che a questo punto dovranno essere confezionate separatamente in base al tipo di cottura desiderata.
Queste uova dovrebbero essere commercializzate in Inghilterra a partire dal prossimo autunno. Quando arriveranno anche in Italia?
Dibbì
Fonte: Enotime Magazine on-line

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RICETTE ANTICHE – NOCE DI VITELLO ALLA NAPOLETANA

Ingredienti per 4 persone: 1 noce di vitello – 150 gr. vitello magro – 200 gr. fegatini di pollo – 80 gr. prosciutto cotto magro – 60 gr. gamberi – 20 gr. cetriolini sott? aceto – 40 gr. tartufi – 2 tuorli d? uovo – sale e pepe q.b. – 1/2 bicchierino di marsala – 50 gr. burro – olio q.b. – sedano q.b. – carote q.b. – cipolle q.b. – un rametto di rosmarino – una tazza di panna.

Preparazione: Soffriggete con burro a fuoco vivace i 200 gr. di fegatini di pollo; spruzzateli di marsala, sale, pepe.
Quindi pestateli nel mortaio con i 150 gr. di vitello magro e i 40 gr. di tartufi; passate il tutto allo setaccio e ponetelo in una terrina, aggiungendovi 160 grammi tra prosciutto cotto, cetriolini sott?aceto e code di gamberi, il tutto tagliato a dadini, due tuorli d?uova, quindi amalgamate il tutto. Mediante coltello, praticate alla noce di vitello una specie di borsa nella quale introdurrete il farcito anzidetto. Cucite l?apertura e lasciare cuocere al forno a 180° per circa un?ora con sedano, carote, cipolle, olio e rosmarino, girando la noce di tanto in tanto; indi tagliatela a fette e disponetela sopra un piatto.
Passate la sua cozione, fatela restringere, unendovi all?ultimo, una tazza di panna e versatela sopra alla noce; servitene anche una salsiera a parte.

Vino consigliato: Fidelis, Aglianico del Taburno Doc, Cantina del Taburno

Fabio Raucci, Capri Palace, Anacapri (NA)

Da ?Ricette Antiche (o quasi)? ? Amira Paestum 2002

Per ricevere copia del volumetto, inviare 3 euro in francobolli a
Diodato Buonora
Via Della Passata 9
84063 PAESTUM (SA)

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Degustazioni AMIRA ? Rosati Campani 2005
Primo il Lacryma Christi di Sorrentino

?Rosati Campani 2005? è stato il tema dell?ultima degustazione al ?buio? dell?Amira (Associazione Maîtres Italiani Ristoranti e Alberghi) sezione Paestum. I vini rosati sono ottenuti generalmente secondo due tecniche: con vinificazione in bianco d?uve a bucce rosse, oppure col metodo di macerazione parziale procedendo alla svinatura quando l?intensità colorante è giudicata sufficiente. È assolutamente vietato mischiare vini rossi e vini bianchi per ?costruire? un rosato.
I vini rosati sono stati per lungo tempo trascurati e poco apprezzati, ma negli ultimi tempi, grazie alla stampa specializzata, c?è un lieve rilancio. Sono vini che danno il loro ?meglio? in gioventù, quindi, poco adatti ad affinamenti ed invecchiamenti.

20 i ?Rosati Campani 2005? che sono passati sotto l?esame attento di 11 degustatori AMIRA (Aiello, Buonora, Cavallaro, Daniele, Falanga, Grippo, Napoleone, Rotondi, Sangiovanni, Taurone e Vicinanza).
I campioni degustati nei saloni del Hotel Esplanade di Paestum, hanno dato il seguente risultato. Naturalmente, è possibile per numerosi motivi che un altro campione della stessa azienda e della stessa annata possa dare un giudizio diverso.

1° vino classificato: Lacryma Christi Rosato 2005 del Vesuvio Doc, Sorrentino, Boscoreale (NA). Potrebbe sembrare una sorpresa, ma non lo è. La Sorrentino, una delle principali aziende vinicole vesuviane, da tempo sta producendo una vasta gamma di vini di tutto rispetto. In verità nessuno dei degustatori si aspettava che una Lacryma Christi (vitigni: piedirosso 90% – aglianico 10%) avrebbe battuto vini di aziende più rinomate sul piano enologico regionale. Però, alla fine sono stati tutti c?accordo nel dire che questo vino aveva una marcia in più degli altri. In degustazione è risultato eccellente all?esame visivo con il suo bel colore rosa tenue. All?olfatto, dove si percepivano eleganti sentori fruttati ha avuto l??ottimo-buono?. Al gusto, ?buono? all?intesità e ?ottimo? in tutti gli altri valori della scheda dell?Amira Paestum: persistenza, finezza, corpo, stato evolutivo e piacevolezza. Un vino molto equilibrato che consigliamo come aperitivo oppure su carni bianche e su pesci preparati in modo leggermente elaborati. Gradazione alcolica 12,5%. Punteggio finale 80/100 ottimo.

2° vino classificato: Albarosa 2005, Aglianico del Taburno Rosato Doc, Cantina del Taburno, Benevento. Pochissima differenza con il precedente. Secondo i degustatori questo vino è stato leggermente meno fine al gusto. Ultimamente i prodotti della Cantina del Taburno non sbagliano un colpo, segno che l?enologo Filippo Colandrea con i consigli del prof. Luigi Moio stanno facendo un serio ed ottimo lavoro. Bianchi, rossi e rosati nelle degustazione Amira sono sempre tra i primi e non può essere una coincidenza. Complimenti. Gradazione alcolica 13%. Punteggio finale 78/100 buono.

3° vino classificato ex aequo: Lacrimarosa 2005, Campania rosato Igt, Mastroberardino, Atripalda (AV). Podio anche per la Mastroberardino che sembra abbia lasciato alle spalle la piccola crisi qualitativa che ha attraversato recentemente. I suoi vini sono ritornati ad essere quelli di un tempo: buoni e basta. Questo Lacrimarosa (aglianico in purezza) è stato giudicato ?eccellente? al visivo (color rosa tenue), ?buono? al naso e ?buono/ottimo? al gusto. Gradazione alcolica 13%. Punteggio finale 72/100 buono.

3° vino classificato ex aequo: Getis 2005, Colli di Salerno Igt, Reale, Tramonti (SA). Buon risultato anche per la Reale, la piccola azienda vinicola di Tramonti che si serve, per la produzione dei suoi vini, della mano esperta di Bruno De Conciliis, uno che nel mondo del vino la sa lunga. Questo Getis è risultato eccellente al visivo e buono/ottimo al naso e al gusto. Il colore rosso cerasuolo dovuto al vitigno tintore che insieme al piedirosso è l?anima di questo vino, lo fanno apparire quasi come un rosso leggero. Un vino che è un?esplosione di profumi ed è secondo noi il miglior prodotto dell?azienda. Gradazione alcolica 12,5%. Punteggio finale 72/100 buono.

5° vino classificato ex aequo: Selva delle Monache 2005, Ravello rosato Costa d?Amalfi Doc, Ettore Sammarco, Ravello (SA). Ottenuto da uve aglianico e piedirosso anche questo vino aveva un colore rosso cerasuolo. Eccellente al visivo e buono in tutti gli altri parametri, sia al naso che al palato. Una marcetta in più l?aveva nell?intensità olfattiva e nella persistenza gustativa. Netti i sentori di ciliegia e marasca che emanava. Gradazione alcolica 12%. Punteggio finale 70/100 buono.

5° vino classificato ex aequo: Rosè 2005, Sannio rosato Doc, Torre Gaia, Dugenta (BN). Stesso punteggio del precedente ottenuto con esattamente gli stessi parametri di valutazione. La differenza stava nel colore che era rosa tenue e nella piacevole morbidezza al palato. Gradazione alcolica 12,5%. Punteggio finale 70/100 buono.

7° vino classificato: Tenuta Rocca dei Leoni, Terre Cerase 2005, Campania Igt, Villa Matilde, Cellule (CE). Vino corretto. Bello il colore rosa ?chiaretto?. ?Ottimo? alla persistenza olfattiva. Buono in tutti gli altri valori. Gradazione alcolica 12,5%. Punteggio finale 68/100 buono.

8° vino classificato: Rosato 2005, Aglianico del Taburno Doc, Torre Varano, Torrecuso (BN). Peccava leggermente in finezza olfattiva ed in piacevolezza. Gradazione alcolica 13,5%. Punteggio finale 60/100 buono.

9° vino classificato: Cilento Rosato 2005 Doc, Marino, Agropoli (SA). Pochi profumi. Acidità accentuata. Leggermente allappante. Gradazione alcolica 11,5%. Punteggio finale 59/100 sufficiente.

Dal 10° al 20° posto, solo i punteggi che in un certo qual modo parlano da soli:

10° vino classificato ex aequo: Crote 2005, Irpinia Aglianico Rosato Doc, Colli di Castelfranci, Castelfranci (AV). Gradazione alcolica 13,5%. Punteggio finale 57/100 sufficiente.

10° vino classificato ex aequo: Màrosa 2005,, Aglianico del Taburno Rosato Doc, Nifo Sarrapochiello Ponte (BN). Gradazione alcolica 13,5%. Punteggio finale 57/100 sufficiente.

12° vino classificato ex aequo: Rosato 2005, Sannio Doc, Masseria Venditti, Castelvenere (BN). Gradazione alcolica 12%. Punteggio finale 55/100 sufficiente.

12° vino classificato ex aequo: Rosato 2005, Sannio Doc, Il Poggio, Torrecuso (BN). Gradazione alcolica 12,5%. Punteggio finale 55/100 sufficiente.

14° vino classificato: Donnarosa 2005, Roccamonfina Igt, Trabucco, Carinola (CE). Gradazione alcolica 13%. Punteggio finale 53/100 sufficiente.

15° vino classificato ex aequo: Rosato 2005, Aglianico del Taburno Doc, Fontanavecchia, Torrecuso (BN). Gradazione alcolica 13%. Punteggio finale 51/100 sufficiente.

15° vino classificato ex aequo: Uva Rosa 2005, Rosato Campania Igt, Salvatore Varriale, Posillipo (NA). Gradazione alcolica 11,5%. Punteggio finale 51/100 sufficiente.

17° vino classificato: Lacryma Christi Rosato 2005 del Vesuvio Doc, Sannino, Ercolano (NA). Gradazione alcolica 12,5%. Punteggio finale 50/100 sufficiente.

18° vino classificato: Paistom 2005, Vdt, I Vini del Cavaliere, Capaccio-Paestum (SA). Gradazione alcolica 12,5%. Punteggio finale 49/100 sufficiente.

19° vino classificato: Rosaenovae 2005, Rosato Irpinia Doc, Terredora, Montefusco (AV). Gradazione alcolica 12%. Punteggio finale 48/100 sufficiente.

Non classificato: Lacryma Christi Rosato 2005 del Vesuvio Doc, Vesevus, Boscotrecase (NA). Al naso si sono percepiti netti sentori di tappo che non hanno permesso di giudicare il vino. Come già accaduto in precedenti occasioni, nelle degustazioni Amira, non è possibile sostituire la bottiglia, in quanto neanche il cameriere di turno conosce il vino che sta servendo. Gradazione alcolica 12%.

Una degustazione interessante che ha fatto capire come i rosati non sono quei vini considerati senza una propria identità. In realtà sono prodotti con specifiche tecniche e qualità proprie di tutto rispetto.

Diodato Buonora, Fiduciario Amira Paestum
Responsabile degustazione

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Leggendo qua e là – da “La Repubblica” del 27 agosto 2006

Fine corsa, carrozza ristorante addio
Si punta tutto sui treni veloci

Nata in Inghilterra un secolo fa, oggi Londra la manda in pensione
“I passeggeri preferiscono pranzare al posto per continuare a lavorare durante il viaggio”

di ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - E’ il luogo perfetto per un corteggiamento, come quello tra l’impareggiabile Cary Grant e la seducente Eva Marie Saint in uno dei film più belli diretti da Alfred Hitchcock, Intrigo internazionale; e all’occorenza si presta perfino per indagare su un omicidio, risolvendolo fra una portata e l’altra, come fa con la consueta abilità Hercules Poirot in Assassinio sull’Orient-Express, classico “whodunit” (“chi è stato” – s’intende ad uccidere) di Agatha Christie.

Eppure sembra che non serva più allo scopo per cui è stata inventata: la “buffet car”, come si dice in inglese, ossia la carrozza ristorante, non soddisfa più le esigenze delle linee ferroviarie e dei milioni di passeggeri che queste trasportano. Soltanto un viaggiatore su otto, secondo uno studio condotto in Gran Bretagna, ci si reca per pranzare o cenare durante il tragitto: cosicché, giudicandola obsoleta da un lato e inutilmente dispendiosa dall’altro, la First Great Western, una delle principali compagnie private che gestiscono il traffico sui treni nel Regno Unito, ha deciso di abolirla.

Entro fine anno, annuncia il Times di Londra, la “buffet car” scomparirà dunque da tutti i convogli della First Great Western, probabilmente seguita, prevede il quotidiano della capitale, dalle aziende rivali. Eliminando la carrozza ristorante, indica un portavoce della First Western, la società mira ad ottenere un risparmio sui costi e a “migliorare il servizio”: allegerito dal peso della “buffet car”, il treno dovrebbe correre un po’ più veloce e arrivare in stazione con meno ritardo. Così perlomeno si spera, perché la scarsa puntualità delle ferrovie è diventata una caratteristica anche di questo paese, da quando la Thatcher decise di privatizzarle.

E’ la fine di un mito durato oltre un secolo: la prima “buffet car”, in Inghilterra, apparve nel 1879. Una fine in un certo senso prevedibile: farsi servire da un cameriere seduti nella carrozza ristorante può apparire una perdita di tempo, nel mondo del “fast food” e più in generale di una vita vissuta all’insegna della velocità. “I nostri sondaggi rivelano che i passeggeri, se vogliono bere o mangiare durante il viaggio, preferiscono farlo restando seduti al proprio posto, dove possono cotinuare a lavorare o a leggere e dove continuano ad avere sotto gli occhi le valige e gli effetti personali”, commenta Andrew Jefferis, uno degli “steward” della First Western.

Ma non tutti sono d’accordo. “E’ un passo indietro rispetto a comodità, civiltà e progresso”, dice al Times il signor John Dawson, un manager che prende regolarmente i treni da e per Londra. Le ferrovie obiettano che verrà abolita soltanto la “carrozza” ristorante, non il “servizio” ristorante: un inserviente continuerà a offrire da mangiare e da bere ai passeggeri percorrendo ogni scompartimento con un carrello.

Obiettano altri pendolari: la scelta di vivande messe a disposizione dal carrello è inevitabilmente limitata, senza contare che nella carrozza ristorante ci si può andare quando si vuole, mentre il carrello bisogna aspettare che passi. Morale: un’associazione di consumatori che difende i diritti dei passeggeri, “TravelWatch Southwest”, ha promesso una serie di proteste per ribaltare la decisione.

E’ difficile immaginare, tuttavia, che l’iniziativa avrà successo. Il provvedimento, infatti, non colpisce tanto le masse che viaggiano in treno, quanto una ristretta minoranza: avvocati, broker, banchieri che si recano dagli eleganti sobborghi alla City di Londra quattro o cinque volte alla settimana, trascorrendo svariate ore al giorno in treno. In mancanza di treni esclusivamente di prima classe rivolti a questo genere di pubblico, la presenza delle “buffet car” su un treno normale può apparire, in effetti, sorpassata.

“E poi il cibo è una vera schifezza”, osserva Belinda Borries, una madre in carriera che viaggia (e talvolta pranza) sui treni della First Western. Del resto neanche i cuochi, specie sulla strada ferrata, sono più quelli di una volta. Per non parlare dei commensali, se confrontati con Eva Marie Saint e Cary Grant.

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Leggendo qua e là ? da ?Il Tempo? di sabato 26 agosto 2006

A ROMA manca una scuola di grande livello che possa dare qualificazione professionale …
… nel settore della ristorazione. La tradizione culinaria «nostrana» è in pericolo e sarebbe bene invertire velocemente la rotta. Antonello Colonna (nella foto), proprietario del noto ristorante a Labico, è uno chef di fama internazionale, il suo curriculum vitae parla praticamente da solo. Solleticato sul tema dei cuochi extracomunitari nelle cucine romane, è un fiume in piena. «Iniziamo subito con il dire che a Roma la domanda nel settore della ristorazione è superiore all?offerta – precisa lo chef – e questo in generale è un bene perché significa che il settore è in crescita. Tuttavia il personale italiano scarseggia ormai da qualche anno e quello che c?è, spesso, non è all?altezza della nostra tradizione culinaria». Secondo Colonna la colpa è delle scuole: «I ragazzi del professionale alberghiero arrivano al mercato del lavoro un po? allo sbaraglio. Da qui una conseguenza praticamente logica: le scuole non funzionano bene e vanno ripristinate». Il riferimento, niente affatto casuale, è all?Enalt di Castelfusano che, precisa Colonna, «la Regione ha già preso l?impegno di rimettere in piedi entro l?anno e che dovrà essere in grado di sfornare ragazzi molto più preparati di oggi». Quanto ai cuochi extracomunitari, secondo lo chef «in genere imparano in fretta e sono disposti a sacrificarsi per raggiungere un obiettivo. Ma non nego che nella mia esperienza di insegnante, quando ho cercato di formare personale straniero ho fatto fatica. Sarebbe dunque bello riuscire a mantenere la nostra tradizione attraverso un sistema scolastico, ma è innegabile che una città multietnica come già in parte è Roma, non può non esserlo anche nel settore della ristorazione». La realtà della Capitale non sfugge certo allo chef Colonna. «Ormai – dice – solo i locali di un certo livello possono ancora permettersi cuochi italiani. Gli altri si rivolgono agli extracomunitari e il fenomeno a Roma è iniziato con gli egiziani nelle pizzerie. Ma sarebbe sbagliato pensare che gli egiziani sono i più bravi a fare la pizza perché i maestri restano i napoletani». Allora, piuttosto, «è un problema di manodopera nostrana ormai quasi irreperibile e non certo di risparmio del personale, visto che – precisa ancora lo chef – anche nella Capitale un cuoco dello Sri Lanka o del Pakistan può guadagnare cifre altissime». Cosa c?è dietro tutto questo? «Il mercato – risponde senza dubbi Colonna – perché in un locale turistico di Roma, anche brutto, 5.000 euro a un cuoco si possono dare non perché è un manager e organizza la cucina, ma perché prepara 500 spaghetti alle vongole tutte le sere e quindi fa guadagnare il proprietario». Dam.Ver.

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GASTROBARZELLETTA ? Il barista e la donna nuda

Una giovane bella ragazza molto ribelle, entra in un bar completamente nuda si ferma davanti al barista e gli chiede: “Mi da una birra ghiacciata?”

Il barista resta immobile osservandola…

“Cosa succede?” Dice lei, “non ha mai visto una donna nuda?”

Il barista: “Si tante volte!”

La ragazza nuda: “E allora che guarda?”

Il barista: “Voglio vedere da dove tira fuori i soldi per pagare la birra!”

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Leggendo qua e là – Da ?Il Giornale? del 24.08.06

Il cameriere sardo: «Ecco perché ho rinunciato all?eredità»

Svelato il motivo che ha spinto Angelo Giuseppe Piroddi, cameriere sardo residente in Inghilterra, a rifiutare un’eredità di 2,5 milioni di euro. Secondo il settimanale Gente, in edicola oggi, avrebbe deciso di rompere i rapporti con la famiglia, sino al punto di rifiutare i beni aviti, perché la madre, Anselma Chiai, lo avrebbe profondamente offeso in occasione della morte del fratello minore. Quando Giovanni Maria Piroddi è stato investito da un autobus la madre avrebbe detto ad Angelo: «Se quell’autobus avesse investito e ucciso te, sarebbe stato meglio!». Una frase mai perdonata che ha spinto il cameriere a far perdere le sue tracce. In una lettera del ’91, pubblicata in esclusiva dal settimanale, Piroddi scriveva alla madre dandole del lei e chiedendo di essere dimenticato.

Riferimenti: Londra, il cameriere rifiuta l’eredità

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Leggendo qua e là – Da www.orvietonews.it del 23.08.06

Le professioni dei giovani: intervista a Marco, cameriere stagionale

di Davide Pompei

Continua il viaggio tra i mestieri che abitualmente svolgono i giovani. Il quarto appuntamento è con una delle professioni giovanili più diffuse, specie l’estate: il cameriere, colui che predispone la sala e i tavoli curandone funzionalità ed estetica, accoglie i clienti, li accompagna al tavolo prescelto o già prenotato, dà informazioni e consigli presentando i menù, prende le ordinazioni e serve piatti e bevande. Attraverso l’esperienza sul campo e la partecipazione a corsi di perfezionamento può diventare capo-cameriere con importanti responsabilità organizzative, oppure il suo servizio dura un’estate, il tempo di guadagnare qualcosa. Nelle piccole aziende ristorative e ricettive non è richiesta la formazione di base, per cui tutto lo spessore professionale è basato su caratteristiche personali e sull’esperienza acquisita sul campo. L’orario di lavoro è influenzato dal livello raggiunto e acquisito e dal tipo di locale, generalmente aumenta nelle ore serali, nei giorni festivi e nei luoghi di vacanza, a seconda delle stagioni.

Racconta la sua esperienza Marco, 23 anni, cameriere stagionale.

Come ti è venuto in mente di “sacrificare” l’estate per lavorare come cameriere?
Avevo appena finito il liceo scientifico con un esame di maturità buono per le mie potenzialità, ma ero molto indeciso sulla strada che avrei intrapreso dopo. Sinceramente non me la sentivo di iscrivermi ad una facoltà solo per dire “faccio l’università”, ma allo stesso tempo non volevo starmene con le mani in mano ad aspettare che piovesse un’offerta di lavoro dal cielo. Così, ho iniziato a guardare un po’ su Internet e ho letto che molti alberghi erano ancora alla ricerca di camerieri stagionali (di solito il reclutamento avviene un po’ prima dell’estate). Ne ho parlato con mio zio, che è cameriere a tempo pieno anche durante l’inverno, e mi ha spronato a fare questa esperienza dicendomi che mi avrebbe insegnato tanto, ed effettivamente così è stato.

Da quanto tempo svolgi questa attività e fin quando hai intenzione di proseguire?
In realtà l’ho fatto solo per due anni, anche se stavo pensando di ripropormi anche quest’anno magari in un pub per i più giovani o qualcosa del genere per gli stranieri. Il primo anno ho lavorato in un albergo a tre stelle di Riccione da giugno a settembre (anche se ho conosciuto persone che erano lì da aprile) dove mi sono fatto le ossa, il secondo ero più scafato e lavoravo in un grande hotel di Cattolica. Si tratta di esperienze isolate, fatte per tirar su qualche soldo, io non sono tra quelli che dopo aver essere stati camerieri stagionali una volta, decidono di farlo per tutta la vita. Anche se poi durante l’anno sono molti i giovani che servono nelle pizzerie o nelle trattorie magari solo per i weekend o per brevi periodi. In quel modo l’impegno è meno intensivo e continuativo, ma non per questo più facile.

Com’era la tua giornata-tipo?
Diciamo che ogni cameriere ha le sue specifiche mansioni, ma tutti fanno quello che serve in quel momento, sovvertendo le gerarchie capo sala ? aiuto cuoco. Il momento più duro era la sveglia, di solito non dopo le 6, preparavo cappuccini, tè, caffè caldi e servivo in sala le colazioni fino alle 11. Quando i clienti avevano finito, si apparecchiava per il pranzo e ci si concedeva un’ora di pausa, facendo a turno con gli altri ragazzi, prima dell’ora del pranzo, che di solito termina intorno alle 15. Il pomeriggio ero libero fino alle 18:30 e la maggior parte delle volte approfittavo per riposare in camera o per andare un po’ al mare (dopotutto era estate!), poi dalle 19:30 alle 22 si serviva la cena e bisognava sistemare di nuovo la sala apparecchiandola per la colazione del giorno dopo, e prima di mezzanotte non c’era verso di finire. Spesso però trovavamo le forze per andare a fare due salti in discoteca, anche perché si era creato un bel gruppo affiatato fra noi ragazzi e tutti avevamo comunque voglia di divertirci dopo aver passato l’intera giornata a fare la spola tra cucina e sala da pranzo. L’organizzazione di feste all’interno dell’albergo, poi, sottraeva tempo ed energia, ma tutto sommato era piacevole anche perché eravamo assistiti da ragazze dell’animazione molto simpatiche. Questo poi dipende dall’ambiente, il secondo anno io mi trovavo in un albergo abbastanza grande che comprendeva anche ristorante e bistrot sotterraneo.

C’è qualcosa che non ti piace assolutamente o che molti sottovalutano in questa professione?
L’atteggiamento dell’italiano medio in ferie. Trovi la famigliola riservata e discreta, con la moglie che quasi si vergogna a chiederti di scaldare il biberon per il bambino e le comitive chiassose che scendono per cena in mandria e danno per scontato che tutto gli è dovuto, per il semplice fatto che hanno pagato. Non è facile accettare che il cliente ha sempre ragione e fare buon viso a cattivo gioco con tutti! Molte persone dato che sono in vacanza, vogliono essere servite e riverite, spesso fregandosene dell’attività altrui, senza rispetto per chi cerca di svolgere il proprio lavoro con professionalità e dignità. Con molte famiglie, però, sono riuscito ad instaurare anche buoni rapporti, che esulavano da quelli cortesemente distaccati cameriere ? cliente. Ci sono persone più simpatiche ed espansive di altre, bambini che fanno grandi sorrisi e anziani che danno laute mance o offrono continuamente sigarette, sebbene hai spiegato loro che non fumi trenta volte da quando sono arrivati. Anche se a volte proprio non ne avresti voglia, è la direzione stessa che chiede di essere sempre cortesi e vicino ai clienti, “mai invadenti, sempre sorridenti”.

A te è servita come esperienza formativa? A chi la consiglieresti e cosa occorre?
Per una persona timida come me, stare in mezzo alla gente è stata una vera e propria terapia. Fare il cameriere mi ha aiutato tantissimo a crescere, anche perché stando distante da casa in un contesto totalmente diverso dal mio, ho imparato a cavarmela, anche in soli tre mesi. Portare i piatti a tavola è certamente facile, ma a lungo andare anche stancante, se sommato a tutta una serie di piccole mansioni. Se si svolge l’attività in strutture di livello medio ? alto è richiesta la conoscenza delle principali lingue straniere, ma per il resto non occorrono eccessivamente nozioni di scienza dell’alimentazione, di principi igienici, merceologia o psicologia della clientela. È sufficiente molto spirito d’adattamento a ritmi di lavoro diversi e situazioni spesso impreviste per inserirsi in un’organizzazione, un po’ di memoria e una certa manualità per essere un po’ più sciolti nei movimenti. Un cameriere deve avere capacità comunicative, di affabilità e cortesia nel gestire la relazione con il cliente, superando lo stress accumulato e dimostrando attenzione alle sue richieste. Accanto alla voglia di fare, serve poi l’umiltà di imparare dando fiducia a chi ha più esperienza.
Il primo mese sono stato affiancato da un ragazzo più grande che svolgeva da tanto questo mestiere. Inizialmente me la prendevo se mi faceva notare che la forchetta non era perpendicolare al coltello o che per non far scottare il vassoio di portata bastava metterci sotto un tovagliolo piegato, ma in breve ho capito che quelle erano delle dritte giuste, regole pratiche e consigli spiccioli da chi c’era passato prima, alla faccia di tanti corsi alberghieri. Si lavorano dalle 8 alle 10 ore al giorno con ritmi talvolta infernali e temperature non piacevoli, e soprattutto si lavora mentre gli altri sono in vacanza, però si arrivano a prendere anche 1200 euro mensili, mance escluse, e soprattutto si conosce un sacco di gente. Consiglio a tanti studenti di rinunciare a un’estate tradizionale, per fare un’esperienza comunque remunerativa e gratificante sul piano umano, con un po’ di sacrificio è possibile stare ugualmente tra la gente, il sole e il mare. Ripetendo poi l’esperienza anche l’anno successivo, è bello ritrovarsi con molti ragazzi e ragazze che si erano già conosciuti. A Riccione c’era un ragazzo di vicino Roma che l’inverno lavorava in libreria e d’estate serviva ai tavoli insieme a me, con lui ci sentiamo spesso e mandiamo avanti tuttora un’amicizia a distanza. A Cattolica poi, ho conosciuto la mia ragazza?

Da www.orvietonews.it del 23.08.06

La vignetta è stata realizzata in esclusiva per orvietonews.it da Chiara Piunno

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RICETTE ANTICHE

LE TAGLIATELLE SPEZZATE DI NONNA IOLANDA

Ingredienti per 4 persone: gr 400 tagliatelle secche – gr 200 funghi porcini – gr 300 patate – gr 100 guanciale di maiale – gr 200 provola affumicata – gr 100 parmigiano grattugiato – 1 cipolla media – prezzemolo, olio e sale q.b.

Preparazione: Lessare le patate pelate e tagliate a piccoli cubetti per 5 minuti e scolare. Far imbiondire la cipolla nell?olio insieme al guanciale tagliato a pezzetti, aggiungere i porcini, lasciare insaporire, e le patate. Infine cuocere le tagliatelle spezzate con dell?acqua bollente. Salare e lasciar cuocere per circa 5 minuti. Dopo di che passare tutto in padella e amalgamare con il parmigiano e la provola tritata grossolanamente. Cospargere di prezzemolo tritato e servire ben caldo.

Vino consigliato: Rubrato, Feudi di San Gregorio, Sorbo Serpico (AV)
Vino rosso dal profumo intenso. E? ottenuto da uve raccolte in vigneti selezionati. Il Rubrato ha un colore rosso rubino e il suo sapore è morbido e piacevole. Un vino che ha carattere. Servire a 14/18°C.

Thomas Pergamo, Villa Soglia, Castel San Giorgio (SA)

Da ?Ricette Antiche (o quasi)? ? Amira Paestum 2002

Per ricevere copia del volumetto, inviare 3 euro in francobolli a
Diodato Buonora
Via Della Passata 9
84063 PAESTUM (SA)

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Ecco, il ristorante ideale potrebbe essere così?

Spesso mi viene chiesto quale è il miglior ristorante della zona o della provincia. Non è facile rispondere, anche perché non siamo tutti uguali e non abbiamo gli stessi gusti. Diciamo che una delle cose più importanti da valutare è il rapporto qualità-prezzo. Per farmi capire, in un locale dove si superano i 70/80 euro si devono avere delle pretese che non si possono esigere in quello dove raramente si oltrepassano i 25. Però, nei due casi alcune cose sono obbligatorie, o meglio necessarie. Il ristorante dove si superano gli 80 euro dovrebbe essere già di un ottimo livello e dovrebbe permettere dei grandi momenti di goduria del palato. In questo caso non sono ammessi errori tecnici sia nel servizio che in cucina e l?ambiente dovrebbe essere molto curato. Per esempio, chiudendo gli occhi ed immaginando: arrivati davanti al locale (nel caso ci fossero problemi di parcheggio) un parcheggiatore sveglio mi mostra dove sistemare l?auto; l?entrata è di quelle invitanti abbellita con fiori e piante; all?ingresso mi accolgono con calore, dandomi il benvenuto e accompagnandomi al tavolo; nei mesi freddi prendono in custodia il mio soprabito; insieme al menu mi viene chiesto, e prontamente servito, il tipo di acqua che preferisco; il tavolo, spazioso, è curato nei minimi particolari: posate lucide, bicchieri brillanti, tovaglioli soffici e profumati di pulito, fiori freschi, o magari, se di sera anche la candela (o cose del genere); la distanza con gli altri tavoli è quella giusta e si riesce tranquillamente a chiacchierare; il menu non è scontato, è ricco, vario ed è articolato con prodotti freschi, locali e di stagione avendo come riferimento le famose 3 ?T? di Raspelli (Terra, Territorio, Tradizione); la carta dei vini permette una vasta scelta (almeno 200 referenze) e tutte le etichette riportate in lista sono disponibili alla giusta temperatura (cose evidenti, ma mi è capitato nella nostra provincia di dovere chiedere sei vini per poterne avere tre, oppure che in un locale stellato nei pressi di Sorrento, ai tempi della lira, con un conto di 720.000 lire in quattro, abbiamo bevuto tutti i vini alla temperatura sbagliata, si dovevano raffreddare al momento); i bicchieri dei vini sono quelli adatti dove emergono tutte le qualità (o i difetti) organolettiche del prodotto; l?attesa, tra una portata e l?altra, è quella giusta senza lunghe e fastidiose pause; i piatti sono decorati con gusto, fantasia e professionalità, tanto da farli sembrare pronti per essere fotografati; i camerieri, ben rasati, capelli corti, senza baffi, pizzetto ed orecchini, servono in modo molto discreto, servendo e sbarazzando dal lato giusto al momento opportuno, non sono invadenti, puntualmente versano acqua e vino e notano se ai tavoli manca qualcosa; nei locali per fumatori, il posacenere viene regolarmente ed immediatamente sostituito almeno ad ogni portata; la toilette (sì, anche e soprattutto quella) è pulita, non solo ad inizio serata, comoda e spaziosa; il sottofondo musicale (soft e classico) permette di dialogare senza urlare. Forse avrò dimenticato qualcosa, ma questi requisiti, che, riflettendoci bene, sono scontati, già fanno un locale ?grande?, uno di quelli dove il benessere a tavola prevale su tutto. Unico problema: questa tipologia di ristoranti non è ? accessibile a tutti.
Invece in un locale modesto, dove il conto si aggira intorno ai 20/25 euro, alcune cose si possono tollerare come l?uso di alcuni prodotti surgelati, una carta di vini ridotta a 20/30 etichette, l?assenza del parcheggiatore, il tavolo senza fiori, i camerieri meno attenti e meno professionali ma ugualmente dall?aspetto pulito, un menu con meno portate, i tavoli un po? più piccoli e più vicini. In pratica, come detto sopra, non si possono avere le stesse pretese. Però, se si analizzano bene le due descrizioni, basta poco ad un ristorante modesto, curando dei piccoli dettagli, per poter diventare un bel posticino accessibile a tutti.
Inoltre, se un ristorante è sprovvisto di menu, non ha la carta dei vini, propone cose scontatissime (bistecca, grigliata, frittura), il cameriere è vestito con jeans e maglietta, l?attesa e lunghissima e così via, ebbene, abbiamo di fronte una vera bettola. Ecco, invece, alcune cose che mi sono capitate e che non tollero: il locale è sprovvisto di vini locali, il vino sfuso mi viene servito nella bottiglia dell?acqua Ferrarelle, un vino importante versato nei bicchieri infrangibili ?Duralex?, il cameriere ha i capelli lunghi e non si è rasato, il tavolo viene sbarazzato quando non tutti i commensali hanno terminato, il pesce (o altri prodotti) surgelato è venduto per quello fresco, essere serviti da ragazzini improvvisati e ritrovarsi il 10% di servizio sul conto, la toilette sporca e/o puzzolente.

Diodato Buonora – agosto 2006

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Leggendo qua e là ? da ?La Gazzetta del Mezzogiorno della Puglia? del 20 agosto 2006

Cameriere baresi vincono mezzo milione

TRENTO – Colpo di fortuna per due donne pugliesi che lavorano come cameriere stagionali ai piani in un albergo di Pozza di Fassa, in provincia di Trento: hanno vinto 500.000 euro con un «gratta e vinci» sul quale avevano «investito», di comune, accordo 5 euro.
Le due donne, entrambe vicine ai 40 anni, sono di Bari,si erano conosciute alcuni anni fa, lavorando a Selva di Val Gardena ed erano diventate amiche. Così, negli anni successivi, hanno cercato e trovato lavoro assieme. Ieri promeriggio, in una pausa tra un turno e l?altro di lavoro, hanno fatto una passeggiata, quindi sono entrate insieme in una tabaccheria ed hanno deciso di tentare la fortuna ed hanno vinto.

Leggendo qua e là ? da ?La Gazzetta del Mezzogiorno della Puglia? del 20 agosto 2006

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GASTROBARZELLETTA – Una turista entra in un ristorante…

Una turista entra in un ristorante e siccome parla soltanto la sua lingua cerca di spiegarsi a gesti.

Vorrebbe mangiare del manzo arrosto, e ad un certo punto si mette le mani alle tempie con gli indici tesi e fa dei verso con la bocca.

Uno dei camerieri la guarda fisso un momento, poi s’illumina e dice all’altro:
“Rosolino, credo di aver capito… Questa mi sa che vuol parlare con il padrone…”

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Festival Nazionale dei Primi Piatti

FOLIGNO - Dal 28 settembre al 1 Ottobre 2006, il centro storico di Foligno (Perugia) ospita la VIII Edizione de I Primi d?Italia ? Festival Nazionale dei Primi Piatti.

Un appuntamento fisso volto a promuovere la cultura tutta italiana del primo piatto, tuterlarne l?immagine e a divulgare corrette informazioni sulla sua straordinaria ricchezza nutritiva.

Si comincia da I Villaggi del gusto, ambientati nelle taverne mediovali della citta?, appositamente predisposte ed aperte per questa singolare occasione.

I villaggi ospitano le diverse tipologie di primi piatti, presenti aziende con i loro prodotti e il pubblico, immerso in una suggestiva atmosfera, potra? vivere una esperienza diversa e degustare le eccellenze dei primi piatti regionali.

Ma non solo, il grande Villaggio dedicato ai Primi piatti artigianali sara? un percorso conoscitivo atto a valorizzare i pastifici artigianali cosi? numerosi in Italia, alcuni dei quali hanno una lunga storia centenaria.

Una ricchezza storica, culturale e di costume delle varie regioni italiane che ha portato ad una grande diversificazione anche degli ingredienti che li compongono.

Si prosegue con Il mercato delle eccellenze una vetrina dei prodotti alimentari a marchio protetto in collaborazione con le Associazioni di categoria, i Consorzi, le Regioni che sono presenti; una sezione dedicata alll?Enoteca e l?Oleoteca dei Primi, un luogo di incontri tematici e degustazioni condotte da esperti del settore.

Si potrà così costruire una mappa completa delle paste italiane e dei migliori vini d?accompagnamento e conoscere anche gli ?amici della pasta? ovvero i condimenti da quelli piu? scontati (il formaggio) a quelli piu? innovativi (l?aceto balsamico).

Non possono mancare le iniziative dedicate alla didattica con tre tipologie di corsi: l?Accademia del gusto animata da grand chef che interpretano due primi piatti; I Primi incontri con lo chef indirizzati a tutti coloro che vogliono migliorare l?utilizzo di prodotti che sono abitualmente sulle nostre tavole e soddisfare le tante curiosita? e La scuola dei primi suddivisa nelle sezioni amatoriali, alta cucina ed intolleranze alimentari.

Particolare attenzione sara? dedicata alle necessita? alimentari dei bambini.
I Primi d?Italia junior vedranno il coinvolgimento diretto dei medici di base e dei pediatri per definire i contorni di una corretta dieta mediterranea con il coinvolgimento del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Il momento ludico per i giovanissimi sara? rappresentato da un laboratorio dove si potranno sperimentare tutte le fasi della lavorazione, dal campo al piatto, e la scoperta delle paste dal formato fantasioso per personalizzare ogni occasione.
Fitto e coinvolgente il calendario degli eventi collaterali: dalle serate a tema agli incontri con personaggi ?Primi d?Italia?; dalla presentazione di libri alle mostre d?arte a tema.

La manifestazione e? organizzata dall?Epta ? Confcommercio di Perugia con il patrocinio del Ministero delle Politihe Agricole e Forestali, la Regione Umbria, il Comune di Foligno e la Camera di Commercio di Perugia

Luigi Bosia

Fonte: TicinoOnline.ch del 17.08.06

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Leggendo qua e là ? da ?Libertà? (14.08.06)

Ancora una storia di un personaggio che ha dato molto alla ristorazione. Propongo con piacere questo articolo di Mariangela Milani pubblicato su LIBERTA’, quotidiano di Piacenza. Non conosco Vincenzo Franzini, ma la sua storia potrebbe essere simile a quella di tanti che hanno fatto e fanno il mio lavoro. Gente che ha lasciato l’Italia e si è messa al servizio dell’ospitalità

A Londra con Borgonovo nel cuore
Vincenzo Franzini, direttore di un’importante catena di alberghi

BORGONOVO – «Per fortuna non ho avuto problemi a rientrare in Italia. Certo il volo da Londra è partito con due ore di ritardo, ma non ho avuto paura perché non pensavo al peggio e una volta raggiunta Milano tutto è filato liscio». Racconta così Vincenzo Franzini, emigrato che più di cinquant’anni fa lasciò Borgonovo per trasferirsi a Londra, il suo rientro pochi giorni fa nel paese natale. Rientro che è coinciso proprio con il giorno in cui a Londra sono stati sventati gli attacchi terroristici. Fortunatamente il rientro in Valtidone di Vincenzo Franzini, che lasciò Borgonovo tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50 è potuto avvenire senza troppi disagi.
A Borgonovo Franzini, che ha un trascorso come direttore di un’importante catena di alberghi e ristoranti londinesi e che oggi è in pensione, ritorna in estate per ritrovare la sorella Olga Maria e il fratello Carlo.
«Qui – racconta Vincenzo Franzini – sono nato nel 1931 e qui ho vissuto la mia giovinezza fino a circa sedici anni, quando decisi che era ora di lasciare Borgonovo e partire per Londra. Volevo imparare una nuova lingua». Prima di partire per l’Inghilterra Vincenzo Franzini “si è fatto le ossa” in alcuni locali del posto. «Ero un ragazzino – ricorda il signor Vincenzo – e cominciai a lavorare all’albergo Italia di piazza de Cristoforis e al caffè Veneziani di via Roma. Ero piccolo e mi facevano fare un po’ di tutto. E’ stato il mio apprendistato. Allora – ricorda – mi pesava, ma oggi, alla luce di tutta l’esperienza vissuta, devo dire che quella fu la mia spinta verso la vita. Pensavo di voler uscire da quella condizione, di dover cercare fortuna e così dissi a un amico che volevo andare in Inghilterra per imparare l’inglese».
Da solo e senza sapere una parola di inglese il signor Vincenzo, che allora era poco più che adolescente, attraversò in treno la Francia e poi lo stretto di Gibilterra fino a Londra. «Non sapevo dove andare – ricorda Franzini – ma ebbi la fortuna di trovare un signore che conosceva il direttore di un ristorante rinomato, cafè Royal 56 rigent street, dove mi presero a lavorare. Per me era un sogno – ricorda – e loro erano ben felici di avere un giovane come me». Da quel momento per l’emigrato borgonovese ha inizio una lunga carriera che lo porterà da semplice cameriere a ricoprire ruoli sempre più importanti e di responsabilità assumendo incarichi di gestione del personale e responsabile della pianificazione economica di importanti ristoranti londinesi. Tra le varie esperienze Vincenzo Franzini lavorò anche al ristorante “Le cascine”. «Lì si riuniva il meglio di Londra – ricorda – come la famiglia reale e numerosi clienti importanti». Nel frattempo, prima ogni due anni e poi tutti gli anni, Vincenzo Franzini ha fatto sempre rientro in estate a Borgonovo.
Sposato con due figlie dopo l’esperienza al ristorante “Le cascine” ha continuato ad occuparsi di ristorazione e organizzazione di banchetti fino all’ultima esperienza come direttore di una serie di alberghi e ristoranti. «Oggi sono in pensione – dice Franzini – la mia vita ormai è a Londra, ma mi piace tornare qui. E’ il mio paese natale e qui ho le mie radici».
Mariangela Milani

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A Stio Cilento la 15ª Sagra dei piatti poveri

Ecco una buona opportunità per fare una puntatina a Stio Cilento, comune situato a circa 675m. s.l.m., ai piedi di una collina adornata dal verde dei castagneti, tra i fiume Alento e Calore. L?occasione è data dalla 15ª edizione della Sagra dei Piatti Poveri del Cilento che si svolgerà dal 17 al 23 agosto. Questa manifestazione, organizzata dall?Associazione il Punto, presieduta da Claudio D?Ambrosio, con la collaborazione di Gabriella D?Ambrosio ed il patrocinio del Comune di Stio amministrato dal dinamico ed effervescente sindaco Pasquale Caroccia, è uno dei più importanti appuntamenti estivi di tutto il ?Parco?. In un secolare castagneto, con musica, danze e tanto divertimento, vengono preparati piatti di cui si era persa la memoria come i ?ciccimaretati? (zuppa composta da legumi e cereali come ceci, fagioli, lenticchie, granturco, cicerchie e grano), il grano al forno, le melanzane imbottite, le foglie di barbabietole con patate e le ?patane cu lu vicci?. Per i numerosi ospiti (lo scorso anno ci sono state circa 10.000 presenze) è a disposizione un funzionale servizio navetta che collega i parcheggi con il centro storico (dove domina la Chiesa di S. Pietro e Paolo costruita nel XIII secolo) e la località Casalicchio, dove si svolge l?interessante kermesse gastronomica.
Dibbì

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Leggendo qua e là ? dal ?Il Giornale? (13.08.06)

Leggendo qua e là – Consigli sul pesce

Non servite pesce, se non siete certi della sua freschezza e della sua preparazione. Non prendete il pesce dal vassoio di portata, se non siete sicuri della vostra abilità nel mangiarlo. Se, comunque, vi trovate in piatto un pesce intero, triglia o merluzzetto, tagliategli, con il coltello e la forchetta da pesce!, testa e coda; apritelo per il mezzo, ed eliminate la spina centrale. Se vi trovate qualche spina laterale sulla forchetta, toglietela. Se in bocca, tentate con la maggior discrezione possibile di rimetterla sull’orlo della forchetta e di lì sull’orlo del piatto.
Al ristorante, il cameriere potrà sempre prepararvi il pesce, se solo gli fate un cenno; ma i buongustai esigono di avere la loro sogliola intera, per gustarla davvero.

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Buono a sapersi ? dal Corriere della Sera (13.08.06)

Un «interprete» contro le allergie

Per chi va all?estero tutti i cibi sensibilizzanti tradotti in 15 lingue. Un dizionario del Centro europeo consumatori

Per coloro che soffrono di intolleranze e allergie alimentari e decidono di trascorrere le vacanze all?estero può non essere facile, non conoscendo la lingua del Paese ospitante, assicurarsi di stare alla larga dagli alimenti rischiosi per la loro salute. Come fare, ad esempio, a spiegare al cameriere di un ristorante del Portogallo o della Cecoslovacchia che si è allergici alle uova e che, quindi, si ha la necessità di evitare ogni preparazione che ne contenga? Oppure, nel fare la spesa al supermercato all?estero, come riconoscere nelle etichette in lingua straniera gli ingredienti allergizzanti? Per agevolare chi può avere questo problema, la sezione di Bolzano del Centro europeo dei consumatori (CEC) ha predisposto una guida, intitolata «In viaggio con allergie».

DIZIONARIO E SCHEDE – Si tratta, in pratica, di un «dizionario» contenente un lungo elenco di cibi e bevande che possono dare allergie tradotto in tutte le lingue ufficiali dell?Unione europea e in turco. La guida contiene inoltre schedine che recano la dicitura «Sono allergico a …» nelle diverse lingue: basterà, quindi, cercare la traduzione dello specifico allergene nell?opuscolo e trascriverla sulla schedina, per utilizzarla all?occorrenza.
La schedina già preparata – una sorta di «passaporto per allergici» personalizzato -, esibita al ristorante o nei negozi, potrà essere utile, così, a superare eventuali difficoltà di pronuncia con conseguenti malintesi.
Sul retro, poi, sono i indicati i numeri di emergenza sanitari e di polizia del Paese. L?idea originaria di realizzare un manuale per chi soffre di allergie alimentari è stata, nel 2005, del Centro europeo consumatori di Kiel, in Germania, che ha pubblicato per primo un piccolo dizionario degli alimenti rischiosi. L?iniziativa faceva seguito alla direttiva dell?Unione europea (che l?Italia ha accolto all?inizio di quest?anno) in cui si rende obbligatorio indicare sulle etichette degli alimenti confezionati l?eventuale presenza di dodici sostanze ritenute dagli esperti come causa delle più comuni allergie. La direttiva stabilisce, tra l?altro, che le sostanze allergizzanti devono essere indicate anche quando sono ingredienti di alimenti complessi. E non basterà segnalare genericamente in etichetta la presenza, ad esempio, di proteine vegetali, ma bisognerà specificare se sono di soia o di lupino, così come per l?olio vegetale occorrerà dettagliare se si tratta di olio ricavato da arachidi, piuttosto che di olio di mais. La nuova guida per evitare allergie alimentari all?estero può essere richiesta scrivendo al Centro europeo dei consumatori di Bolzano (in via Brennero 3, telefono 0471/980939; occorre allegare soltanto francobolli per 1,40 euro di spese postali) e la si riceverà direttamente a casa. Per maggiori informazioni ci si può anche collegare al sito internet www.euroconsumatori.org dove si trovano consigli su come comportarvi in caso di necessità di assistenza sanitaria all?estero.
Edoardo Stucchi

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GASTROBARZELLETTA ? Il barman negro ed il cliente cinese

Un cinese entra in un bar, si avvicina al bancone e fa al barista di colore:
- Dammi una birra, negro!

Il barista atterrito:
- Hai almeno un’idea di come quello che hai detto mi faccia sentire? Me lo sarei aspettato da un bianco, ma non da un rappresentante di un’altra minoranza etnica. Maledizione! Ecco, facciamo una prova… vieni dietro al bancone che ti faccio vedere come ci si sente!

Il cinese acconsente e va dietro al bancone scambiandosi di posto con il barista. Questo batte il pugno sul bancone e fa:
- Dammi una birra, giallo!

Il cinese risponde:
- Mi dispiace… non serviamo negri!

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Leggendo qua e là ? da La Stampa (10.08.06)

Quarant?anni da maître
nella Dolce Vita di St. Moritz

ST. MORITZ. Il suo passo è felpato, scivola da dietro come un’ombra. Si annuncia schiarendosi la voce, fa mezzo giro del tavolo e pronuncia le tre consuete parole di metà pasto: «Tutto bene signori?». «Tutto bene, grazie». «Lavoro qui esattamente da quarant’anni e quaranta giorni» racconta Nino Borelli, maître d’hotel di lungo corso, mentre sfiora con le punte delle dita la tovaglia bianchissima del tavolo, in questa oasi di cristalli e luci soffuse che è il ristorante del Monopol, un 16 punti Gault Millau super lusso, nel cuore di St. Moritz.

«Sono arrivato da un paesino vicino a Reggio Emilia che avevo 23 anni, e non mi sono più mosso da questa sala. Ne ho viste di tutti i colori: lo Scià di Persia, Farah Diba, i Principi di Monaco, gli Agnelli. Petrolieri texani, attori a non finire. Falk veniva con i suoi amici, prenotava tutto il ristorante, voleva l’orchestrina e si tirava fino all’alba? Tutto bene signori?».

La Dolce Vita alpina

Arrivare in bici nella capitale della dolce vita alpina dai rigori dei 2760 metri del passo più alto d’Italia, lo Stelvio, è come affrontare un salto nel tempo.
Poche pedalate in discesa verso la Valle di Müstair e poi, da Zernez, contro il vento dominante che spira dal Maloja, e si scavalcano decenni, si oltrepassano culture inconciliabili, si doppiano isole agli antipodi di questo arcipelago nel centro del nostro continente che sono le Alpi. Il passaggio è repentino: dal paradiso dello sci estivo anni Sessanta, con gli alberghi-rifugio che affacciano sui ghiacciai e sul reticolo di impianti a fune, libidine dello sport che sfida le stagioni, al pathos oleografico dell’Engadina, con i suoi laghi fatati, l’estasi romantica del paesaggio alpino, la visione estetizzante delle altezze.

Dall’homo tecnologicus dello sci di massa, alle immagini alto borghesi della Belle époque, così ben sintetizzate in quella celebre galleria di manifesti pittorici che pubblicizza la località, stampati stagione dopo stagione, e rimasti fedeli a uno stile inconfondibile. La Belle époque alpina è nata a St. Moritz (San Murezzan in romancio), e tutto qui tende a tenerla in vita. Di quell’epoca rimangono le architetture fiabesche degli enormi grand hotel da 200 stanze, il Kulm, il Carlton, il Badrutt, il Palace, rimane la lussuosa mondanità, il gusto della passeggiata contemplativa, la contiguità tra cultura e natura, e sempre i soliti manifesti ad arredare la cittadina, antichi o più recenti ma ancora realizzati secondo uno stile divenuto di maniera, con sognati protagonisti d’antan arrivati nel «vero» paradiso naturale, mondano e sportivo delle Alpi.

C?era più coreografia

«St. Moritz è sempre St. Moritz, forse non cambierà mai» racconta Nino Borelli. «I grandi industriali, l’élite mondiale arriva sempre, ma rimane meno, e si muove con più discrezione. È soprattutto la mobilità che è cambiata. Un tempo si facevano le lunghe villeggiature, e allora si portava con sé parte della propria vita, delle proprie abitudini. E in quanto ad abitudini, i ricchissimi sono piuttosto eccentrici, mi creda! Lo scià di Persia arrivava con un buon numero di nobili, come il re di Svezia e vari sceicchi: occupava molti piani all’Hotel Palace per gli amici, lui però stava nella sua villa, e faceva feste molto molto private.

Il cambiamento è cominciato a metà degli anni Ottanta. Anche da noi le cose sono cambiate: allora c’era quello che si chiamava il servizio al tavolo. Si portava il tavolino con lo scaldavivande, le cloche, e si servivano da lì i cibi cotti all’istante o tenuti al caldo. C’era molto più coreografia. Pensi, prima in sala eravamo in 12, adesso siamo in 4, più io». Tra le decine di manifesti pittorici che glorificano i fasti della cittadina, affissi ai muri o anche ridotti in cartolina, ce n’è uno, forse il più antico di tutti, che data 1895. Il soggetto a tinte tenui è la fiabesca sequenza dei laghi vista in prospettiva. Da quell’anno in poi ne seguiranno di memorabili.

Come quello dell’inverno 1907, che propone una follia dal vago gusto classico: al posto della biga il cavallo traina a tutta velocità uno sciatore sulla superficie piatta del lago ghiacciato: è il folle gioco dello skikjöring che si celebra come un rito tribale ogni inverno. E poi la galleria insegue la celebrazione delle attività ricreative dei villeggianti, dalle più convenzionali alle più azzardate: il tè sulla vetta del Corvatsch, il patinoire del Palace, lo slittino a testa in giù chiamato Skeleton, le signore impellicciate ai bordi del lago che si distraggono col polo, il più recente kitesailing (trainati sul ghiaccio da una vela). E su tutti spiccano i manifesti con i cerchi olimpici, quelli del 1928 e del 1948.

«Si vorrebbe che St. Moritz non cambiasse mai – racconta Borelli -, in realtà oggi io ho dovuto adeguarmi ai tempi. Le faccio un esempio: con il mio lavoro le lingue sono tutto, io parlo l’italiano, il francese, il tedesco, l’inglese, e ora anche il giapponese e il russo». «Il giapponese?! Il russo?!». «Sì, non ci crederà, ho imparato su Internet. Poche cose: le ordinazioni, qualche frase per chiedere se tutto va bene. È importante, però, fa parte della professionalità. Oggi sono i russi i veri ricchi! Ho dovuto imparare la loro lingua anche se sto per andare in pensione tra pochi mesi».

L?amore con la segretaria

«Lascia con nostalgia?». «Sono stato bene qua. Il Metropol e il ristorante sono stati un po’ la mia casa: dopo un’anno che lavoravo, era il 1967, mi sono innamorato della segretaria dell’albergo. Ci siamo sposati. Abbiamo fatto tre figlie e oggi abbiamo un po’ di nipotini. E’ la terza generazione». «E ora cosa farà, signor Borelli?». «Mi godrò le montagne. Ma, al contrario di come si potrebbe credere, non mi godrò le mance accumulate. A fine serata mi dicevano sempre: ?Domani passa il segretario a saldare?, e così ciao mance. Si ricordi, i veri ricchi i soldi non li toccano mai».

Marco Albino Ferrari, scrittore ed esperto di montagna, sta attraversando le Alpi in bicicletta: una lunga pedalata da Trieste a Ventimiglia. Ogni tappa è l?occasione per incontrare un personaggio in qualche modo simbolico di un mondo alpino che, chilometro dopo chilometro, muta facce e paesaggi. Un viaggio che, da oggi, Ferrari racconta ai lettori de «La Stampa».

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Leggendo qua e là ? da Il Giornale(10.08.06)

Vacanze romane col trucco «Turisti, attenti ai menu»

da New York

I piccoli inganni dei ristoratori di Roma ai turisti fanno ancora notizia. Così, ancora una volta, i prezzi «inaspettatamente» lievitati, i menu con cifre diverse a seconda della provenienza dell’avventore e la sostituzione ad hoc degli ingredienti previsti con altri di più bassa qualità, a seconda che l’affamato sia un turista o un romano doc, trovano spazio per l’ennesima volta oggi sulle pagine del New York Times.
Il prestigioso quotidiano dedica ai turisti truffati un’intera pagina con tanto di foto di dehors in piazza del Pantheon.

«Pensi che si stiano prendendo cura di te», spiega all’inviato Peter Kiefer Christian Boyle, un londinese che ha trascorso qualche mese a Roma, raccontando, non senza ironia, il tragico errore compiuto con alcuni amici in un ristorante nei pressi di piazza del Popolo. Indecisi su cosa ordinare, si sono lasciati «suggerire» dal cameriere una serie infinita di «assaggi della casa» senza prevedere che il conto sarebbe stato inevitabilmente salatissimo.
Il quotidiano parla di menu differenziati in molti ristoranti della capitale,in italiano a prezzi ridotti ed in inglese con tariffe maggiorate. I camerieri, aggiunge, si arrampicano sugli specchi pur di non mostrarli ai clienti contemporaneamente.

Gli stessi turisti, spiega il Times con un pizzico di sarcasmo, riconoscono agli italiani un vero e proprio talento nell’arte della frode allo straniero. «Non lo percepiscono come un crimine, ma come una sorta di giusta compensazione», spiega Tegan Shioler, chef e sommelier canadese che ha lavorato in vari hotel e ristoranti della capitale.
«È parte della psicologia italiana, ed il tutto è fatto con umorismo. Gli italiani hanno un atteggiamento possessivo nei confronti della loro cultura, e ciò li rende speciali. Tuttavia alcuni di loro disprezzano i turisti e così si giustificano sostenendo che essere serviti è un privilegio». E i privilegi si pagano.
Questo tipo di azioni, riporta ancora il quotidiano americano, sono parte di quello che si chiama «il mercato nero del Bel Paese», che, secondo alcune statistiche, «costituirebbe circa il 30 per cento dell’economia italiana».

Ma c’è di più. Quando si va in Italia, a soffrire potrebbe non essere solo il portafoglio. Le piccole truffe ai turisti possono trasformarsi in un vero e proprio mal di pancia. Scontrini inesistenti, coperti in più, differenze di prezzo fra il menu in italiano e quello in inglese si affiancano infatti ad altri «trucchetti», come quello di sostituire gli ingredienti di qualità con altri a più basso costo o magari del giorno prima o quello di diluire il sugo o usare pasta precotta. Il giornale non spiega come ha fatto ad accorgersi di questi ultimi trucchi,ma racconta il tutto con dovizia di particolari. E non facciamo un bella figura.

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Leggendo qua e là ? da Il Mattino (10.08.06)

Padula, mille uova per la megafrittata

Omelette da Guinness presso la Corte esterna della Certosa di San Lorenzo a Padula. L?evento ricorda l?arrivo in città, nell?agosto del 1534 di re Carlo V di Spagna, ospite dei monaci certosini, che in suo onore avrebbero preparato appunto una frittata di ben mille uova. E sarà un evento spettacolare, a cominciare dalla gigantesca padella usata per cuocere la megafrittata: composta di due parti complementari grazie a un indovinatissimo sistema di arganelli posizionati a un?altezza di 2,70 metri. Saranno trenta le persone che vi lavoreranno: venti per sbattere le uova, dieci per la cottura. g.l.

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Degustato per voi

Archetto 2005

Aglianico Paestum Igt?Tenuta Di Bartolomeo

Seconda vendemmia per Ilaria Di Bartolomeo, nettamente migliore della precedente. Lo scorso anno è uscita sul mercato unicamente con un Cilento Bianco Doc che non ha entusiasmato, invece, quest?anno abbiamo assaggiato a più riprese dei prodotti molto più puliti dal punto di vista organolettici. Ilaria si sta imponendo, con molta caparbietà, con 3 vini di buon livello: il Cilento Bianco Doc, il Cilento Aglianico Doc e l?Archetto Aglianico Paestum Igt. Proprio quest?ultimo ha attirato la mia attenzione in quando in etichetta veniva riportata la gradazione di 11,5 gradi. che per un aglianico è piuttosto bassa. Si dice che i vini prodotti con queste uve debbano maturare almeno un anno e tanti esperti addirittura vogliono mettere al bando gli ?agli anici? giovani. Non so quale è stato il sistema di vinificazione di questo Archetto, ma mi ha colpito per la sua gradevolezza e leggerezza, tanto da non sembrare un aglianico. In un momento dove tutti cercano di fare vini corposi ed alcolici questo vino rischia di avere pochi concorrenti in una fascia di mercato dove molti sono assenti, cioè, le basse gradazioni di vini di qualità. In degustazione il vino ha ricevuto l?eccellenza all?esame visivo per il bel colore rosso rubino scarico. Al naso aveva profumi non troppo intensi e persistenti ma di una finezza rimarcabile. Si percepivano bei profumi di frutta rossa fresca. Al gusto aveva una buona intensità ed un?ottima persistenza. I tannini leggeri non erano invadenti e rendevano il vino molto beverino. Aglianico o non aglianico, questo vino non mi è dispiaciuto. Complimenti. L?abbinamento ideale è con primi di terra in bianco con le verdure, zuppe di pesce leggermente speziate, grigliate di mare, pollo al forno.
Prezzo indicativo in enoteca: 7 euro.
Il vino è stato degustato insieme a: Raffaele e Giuseppe.

Punteggio 72/100.

Recapito: Azienda Ilaria Di Bartolomeo, Contrada Marettima, 84050 Laureana Cilento (SA). Tel. 0974.960964. e-mail: apisanpietro@tiscali.it

Diodato Buonora ? Luglio 2006

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Leggendo qua e là ? da Il Mattino (09.08.06)

PONTECAGNANO FAIANO

Torta da Guinness con le nocciole

Torta da Guinness nei Picentini. Sarà lunga 700 metri e sarà preparata con ben 12 quintali di nocciola di Giffoni Valle Piana. La location scelta per la presentazione della maxitorta, è il centro storico di Pontecagnano Faiano. La manifestazione si terrà dopo domani, venerdì, ma già si lavora a ritmo frenetico per giungere puntuali all?appuntamento e superare così il parere della giuria. L?idea nasce dalla vicepresidente dell?associazione Pasticceri di Salerno Ornella Petrosino (nella foto), accolta e messa in atto dall?onlus Hogan Club. Quando gli ispettori del Guinnes confermeranno il record, il dolce verrà in parte offerto agli spettatori e in parte regalato alla Mensa dei poveri, alle case famiglia del territorio, al carcere di Fuorni. Gli ingredienti sono stati suddivisi tra 530 casalinghe che contribuiranno alla preparazione di un trancio della torta. Questi gli ingredienti che verranno utilizzati: 80.000 uova, 7.320 chili di farina, 5183 chili di zucchero, 4.080 chili di burro, 1200 chili di nocciola di Giffoni

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Leggendo qua e là ? da www.adnkronos.com (07.08.06)

La maggior parte degli avventori sono donne

Schiaffi e pugni ai camerieri del bar ‘Libera la rabbia’

I clienti possono picchiare i dipendenti e farli ‘travestire’ da persona conosciuta. E’ il ‘servizio completo’ offerto in un locale di Nanchino, nella Cina Orientale.

Nanjing, 7 ago. – (Ign) – Picchiare i camerieri come ‘diversivo’. E’ la singolare trovata di un’attività di Nanchinonella Cina orientale. Gli avventori possono indossare occhiali scuri e ‘sfogarsi’ sui dipendenti tra una bibita e l’altra. “Ho tratto ispirazione dalla mia esperienza di emigrante sfruttato” dice il proprietario Wu Gong. Il bar impiega una ventina di dipendenti, disposti a tutto, sono dotati di specifiche protezioni per non farsi male e sono stati addestrati con un corso di formazione. Unico esperimento nel mondo, ricorda un po’, alla lontana, il ristorante capitolino ‘La parolaccia’, dove però ‘la vittima’ è il cliente e ci si limita all’improperio.

Il cliente nel bar di Gong è ‘il re’ e può decidere anche di scegliere l’opzione travestimento. Il cameriere con una maschera e un po’ di trucco si trasformerà in una persona conosciuta e ovviamente particolarmente odiata. E in questo ‘tutto il mondo è paese’, visto che tra i più richiesti c’è quello da capoufficio e da nuora.

Inutile dire che il successo è stato immediato.”L’idea di picchiare il mio principale, anche se solo virtualmente, mi fa impazzire – dice uno dei clienti affezionati – io vengo sempre qui appena uscito dall’ufficio. Mi rilassa”. E così ha trascinato nel suo bar preferito anche un suo collega che però non è d’accordo: ”Non credo che questo sistema sia una risposta – dice – se ci si sente così arrabbiati, meglio cambiare stile di vita o andare da uno psicologo”.

Il prezzo è contenuto e varia a seconda delle richieste. Si va da un minimo di cinque euro a un massimo di trenta per prestazioni extra. Una curiosità: la maggior parte dei clienti sono donne.

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Leggendo qua e là – da www.repubblica.it (07.08.06)

Londra, il cameriere rifiuta l’eredità milionaria

Giuseppe Piroddi, sardo, non accetterà i due milioni e mezzo di euro della madre: “Mi ha rovinato la vita, voglio rimanere povero ma felice”

ROMA – “Mia madre mi ha rovinato la vita. Non voglio i suoi soldi”. Pesano moltissimo le parole di Angelo Giuseppe Piroddi. E mettono fine, salvo ripensamenti, sull’eredità di 2 milioni e mezzo di euro che la madre gli ha lasciato. E che lui non vuole. “Mia madre mi ha rovinato la vita, preferisco restare povere” fa sapere da Reading, in Inghilterra, dove lavora come cameriere.

Storia con tratti quasi da favola questa. E tutta riportata sulla pagine della stampa inglese. Con il 46enne Angelo che, in conflitto con i genitori, scappa da casa, a Barisardo nel Nuorese. Rompe con madre e padre e finisce a lavare i piatti a Londra: “Non cercatemi mai più” lascia scritto in un foglietto. Va a Londra. Nel 1992 scriva a casa per l’ultima volta: “Sto bene, sono felice. Faccio il lavapiatti”. Poi più nulla. Nel frattempo muore il padre. Nel 1998 muore anche la madre. E’ il momento dell’eredità. Due milioni di mezzo di euro che devono trovare un beneficiario. E il testamento della donna parla chiaro: “Lascio tutto a mio figlio. Non voglio che i miei beni vadano mie sorelle e nemmeno a mia madre”. Restava Angelo, ma nessuno ha la minima idea di come trovarlo. “E’ un idealista, un uomo buono. Sua madre gli voleva bene” spiega l’avvocato Piroddi che deve eseguire le ultime volontà della donna. Passa il tempo e un anno fa le sorelle di Anselma Chiai presentano un’istanza secondo la quale data l’assenza del nipote potevano mettere le mani sull’eredità. Nel frattempo sono in molti a cercare Angelo. In primis il legale che segue l’eredità. “E’ una questione di vita o di morte – dice l’avvocato Piroddi – - perché secondo i termini del testamento, se Angelo non può essere rintracciato, l’eredità sarebbe destinata alla badante della signora Chiai. Potrebbe essere persino morto, certo, ma credo sia abbastanza improbabile. Se qualcuno ha delle informazioni, si metta in contatto con me”.

Poi Angelo riappare. Quei soldi sono pronti per lui. Ma lui non li vuole. “Io odiavo le persone che mi hanno lasciato questa fortuna, perché mai dovrei prendere il loro denaro? – dice Angelo – Mia madre mi ha dato sempre problemi quando era viva e continua a darmene adesso che è morta. Io non sarò ricco, voglio continuare ad essere povero come adesso”. Angelo i soldi li darà a qualcun altro. A chi, non si sa: “Non voglio che nessuno sappia e non ne voglio parlare più”.

(7 agosto 2006)

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